Vendere Rai Way non fa primavera
Lo sciopero dimezzato del personale della Rai per il taglio di 150 milioni deciso con la spending review mette in risalto le rughe di questa azienda, povera di utili, ma ricca di personale in eccesso.
13 AGO 20

Lo sciopero dimezzato del personale della Rai per il taglio di 150 milioni deciso con la spending review mette in risalto le rughe di questa azienda, povera di utili, ma ricca di personale in eccesso. Il gruppo Rai ha oltre 12 mila addetti, un fatturato di poco più di 2,5 miliardi costituito per il 63 per cento dal canone. Il taglio di 150 milioni manda in “rosso” un bilancio difficile da tenere su (nel 2013 si è chiuso con un utile simbolico di 5 milioni; per il 2014, prima di questo taglio, il pareggio si preannunciava molto stentato). Ma se pure con i contributi pubblici la Rai riesce a malapena a stare a galla, i problemi sono strutturali.
La vendita di una quota di minoranza di Rai Way, la società di gestione degli impianti di trasmissione radiotelevisiva, potrebbe rendere fino a 400 milioni di euro. Ma non basta questa misura una tantum, sebbene riduca il debito. Semmai tale vendita dovrebbe essere il preludio per altre privatizzazioni di società del gruppo, mediante la quotazione in Borsa, e poi magari di una o più reti Rai. E dunque giunge opportuna la proposta che il governo ha messo in cantiere di indire una consultazione pubblica aperta a tutti sulle varie soluzioni per riformare a fondo la televisione pubblica. Il principio di rendere partecipe il contribuente – in questo caso anche utente – può essere utile anche per altri servizi statali, regionali e locali, per cui il cittadino versa contributi pubblici, tasse e balzelli obbligatori vari. O ci pensa il buon senso o altrimenti per la Rai servirà una falce come quella di Etihad per Alitalia, dalla quale non si può scappare per quanto ci si dimeni.